Postato il Ago 2025
Con sentenza n. 25167/2025, la Corte di Cassazione ha affermato che ai fini del reato di dichiarazione fraudolenta con uso di fatture per operazioni inesistenti occorre che l’imputato imprenditore persegua il fine di evadere le imposte, non essendo sufficiente la semplice consapevolezza della indicazione di elementi non veritieri. Secondo la Corte, per il delitto deve ricorrere, sotto l’aspetto soggettivo, sia il dolo generico, consistente nel consapevole inserimento di elementi passivi di cui si abbia la certezza della loro non veridicità, che il dolo specifico di evasione, ossia il consapevole perseguimento dell’evasione fiscale.
La Terza Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ha annullato con rinvio la decisione della Corte d’Appello di L’Aquila del 7 ottobre 2024, che aveva confermato la condanna dell’imputato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, ai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. 74/2000. L’imputato, nella sua qualità di amministratore unico di una società, era stato riconosciuto responsabile per aver utilizzato fatture formalmente riferite a un contratto di appalto stipulato con una seconda società, contratto che secondo le corti di merito celava una somministrazione irregolare di manodopera.
La Corte ha evidenziato che per la configurabilità del reato in questione è necessario accertare non solo la consapevolezza dell’uso di fatture fittizie (dolo generico), ma anche la finalità di evadere le imposte (dolo specifico), e che tale accertamento è imprescindibile. La sentenza impugnata è stata ritenuta priva di qualunque analisi sull’elemento soggettivo del reato e per questo motivo è stata annullata con rinvio dalla Cassazione.
La Corte di Cassazione ha dunque ribadito un principio fondamentale: nei reati di dichiarazione fraudolenta, non basta che l’imputato abbia utilizzato fatture false (dolo generico), ma è necessario provare che l’abbia fatto con l’intenzione specifica di evadere le imposte (dolo specifico). Questo orientamento è consolidato, ma la sentenza lo riafferma con forza, sottolineando che il dolo specifico non può essere presunto e che serve una motivazione chiara e dettagliata da parte del giudice. La Corte ha annullato la sentenza d’appello perché mancava del tutto una motivazione sull’elemento psicologico del reato. È un punto cruciale perché ribadisce che le sentenze devono spiegare le ragioni delle decisioni, soprattutto quando la difesa solleva questioni rilevanti. In questo caso, la Cassazione ha sanzionato un “vuoto motivazionale” che rendeva la decisione ingiusta e incompleta. Il caso tocca anche una questione molto attuale: quando un contratto di appalto è genuino e quando, invece, è solo uno schermo per nascondere una somministrazione illecita di manodopera. Questo ha ricadute non solo penali, ma anche fiscali e lavoristiche. La Cassazione riconosce che, in questi casi, è necessario un attento esame della realtà sostanziale dei rapporti tra le parti, e non solo della forma contrattuale.